I due grandi momenti

Ci sono due momenti nella vita che sono tutto, e cioè il momento presente, in cui siamo liberi di scegliere quello che vogliamo essere, e il momento della morte, nel quale non abbiamo più scelta alcuna e dove la decisione spetta a Dio.

Ora, se il momento presente è buono, la morte sarà buona; se siamo adesso con Dio — nel presente che si rinnova senza posa ma resta sempre questo solo momento attuale — Dio sarà con noi nel momento della nostra morte.

Il ricordo de Dio è una morte nella vita, sarà una vita nella morte.

In maniera analoga: se entriamo in Dio, Dio entrerà in noi.

Se dimoriamo in quel centro che è il suo Nome, Dio abiterà il centro costituito dal nostro cuore. Nell’intera estensione del mondo non c’è nient’altro che questa reciprocità; poiché il centro è in ogni dove, come il presente è sempre.

Tra il momento presente, nel quale ci ricordiamo di Dio, e la morte, in cui Dio si ricorderà di noi — e tale reciprocità è già in ogni Invocazione — c’è il resto della vita, la durata che s’estende dal momento presente fino a quello estremo; ma la durata è soltanto una successione di momenti presenti, giacché viviamo sempre “ora”; è pertanto, in una prospettiva concreta e operativa, sempre il medesimo istante in cui siamo liberi di ricordarci di Dio e di trovare la nostra felicitá in quel Ricordo.

Non siamo liberi di sfuggire alla morte, lo siamo però di scegliere Dio, in questo momento presente che riassume qualsiasi momento possibile. É vero che solo Dio è libero in assoluto; ma la nostra libertà è tuttavia reale sul suo piano — altrimenti la parola non esisterebbe — visto che manifesta quella di Dio e perciò vi partecipa. In Dio siamo liberi quanto possiamo esserlo, e nella misura che Dio ci reintegra nella sua Libertà infinita.

(Frithjof Schuon, La Trasfigurazione dell’Uomo, Edizioni Mediterranee, Roma, 2016, pp. 135-136.)

Foto: Santa Bernadette di Lourdes.

Debolezza e forza

La debolezza è la convinzione abituale d’essere deboli; esser deboli vuol dire ignorare che ogni uomo ha acesso alla forza, a qualunque forza esista. La forza non è un privilegio dei forti, ma una potenzialità di ciascun uomo; il problema sta nel trovare l’acesso a quella forza.

Essere deboli vuol dire essere passivamente sottoposti alla durata; essere forti equivale a essere attivamente liberi nell’istante, nell’Eterno Presente.

Essere deboli equivale a cedere a delle pressioni, e si cede a delle pressioni poiché non si vedono gli effetti nelle cause. Il peccato è una causa, il castigo è l’effetto concordante. L’uomo è debole giacché manca di fede; la sua fede è astratta, ipocrita e inoperante; egli crede al Cielo e all’Inferno, ma agisce quasi che non ci credesse. Ora noi dobbiamo fuggire il male come fuggiremmo un fuoco che vedessimo avventarsi su di noi, e dobbiamo aggrapparci al bene come ci attaccheremmo a un’oasi che scorgessimo in mezzo a un deserto.

(Frithjof Schuon, La Trasfigurazione dell’Uomo, Edizioni Mediterranee, Italia, 2016, p. 113. Foto: Toro Seduto, in inglese Sitting Bull, in Lakota – Tatanka Yotanka.)