Articolo: “Comunione e Invocazione”

Abbiamo pubblicato qui l’articolo “Communione e Invocazione”, di Frithjof Schuon. Commincia così:

“Ogni metodo di realizzazione spirituale comporta un mezzo fondamentale di concentrazione e d’attualizzazione; questo mezzo o sostegno è, nella maggioranza delle tradizioni se non in tutte, un’invocazione di un Nome divino, invocazione che può rivestire i modi più diversi, che vanno dall’appello propriamente detto, di cui la salmodia e la litania sono modalità secondarie, fino all’atto respiratorio e pure al silenzio che, per parte sua, sintetizza qualsiasi parola nella sua non differenziazione.”

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Il carattere di una persona fa parte della sua intelligenza

Nella spiritualità più che in ogni altro ambito preme capire che il carattere di una persona fa parte della sua intelligenza: senza un buon carattere – un carattere normale e pertanto nobile – l’intelligenza anche metafisica è in parte inoperante, poiché la conoscenza completa di quello che è fuori de noi ne esige una uguale de noi medesimi. Il carattere di una persona è, per un verso, ciò che essa vuole e, per l’altro, quanto ama; la volontà e il sentimento prolungano l’intelligenza, sono, come essa — che con ogni evidenza li penetra — delle facoltà d’adeguamento. Conoscere realmente il Sommo Bene è, ipso facto, da un lato volere quello che ci avvicina a lui e dall’altro amare ciò che testimonia di lui; ogni virtù deriva alla fine da tale volontà e da questo amore. L’intelligenza che non si accompagna alle virtù dà origine a una conoscenza potremmo dire planimetrica: è quasi che si cogliesse unicamente il cerchio o il quadrato, ma non la sfera né il cubo.

Cogliere la sfera o il cubo – parlando in un’ottica simbolica – significa avere il senso dell’immanenza e non soltanto della trascendenza; e la condizione di quella pienezza è la conoscenza di sé, ossia l’applicazione del discernimento al proprio ego, in maniera concreta e operativa, giacché la conoscenza impegna la volontà e il sentimento. Il sentimento non è di per sé del dentimentalismo; è un abuso solo quando falsa una verità; in se stesso è la facoltà di amare quel che è oggettivamente amabile: il vero, il santo, il bello, il nobile; “la bellezza è lo splendore del vero”. La conoscenza totale, abbiamo detto, esige la conoscenza di sé: vuol dire discernere l’ambiguità, la piccolezza e la fragilità dell’ego. È anche, e in sostanza, “amare il prossimo como se stesso”, cioè vedere nell'”altro” un “me” e in “me” un “altro”.

Frithjof Schuon, Il Senso dell’Assoluto – Avere un Centro, Edizioni Mediterranee, Roma, 2018, pp. 57 e 58.

Frithjof Schuon e René Guénon

René Guénon e Frithjof Schuon

Offriamo qui un saggio di Martin Lings su Schuon e Guénon tradotto in italiano.

“Il nome di Schuon precede, nel titolo dell’articolo, quello di Guénon vi­sto che si tratterà principalmente del primo; infatti abbiamo già dedicato un saggio soltanto a Guénon. Ma in teoria il loro messaggio non è che una sola e medesima cosa. Il tema essenziale delle loro opere è l’esoterismo, ossia l’aspetto interno della religione che Cristo ha riassunto dicendo ‘il Regno di Dio è dentro di voi’, o ‘cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto’.”

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Platoni e Cristiani

Per i Platonici — nel senso più ampio — il ritorno a Dio è dato dal fatto dell’esistenza: il nostro essere stesso offre la via del ritorno, poichè questo essere è di natura divina, altrimenti non sarebbe niente; bisogna pertanto ritornare, attraverso gli strati della nostra realtà ontologica, fino alla Sostanza pura, che è una; così diventiamo perfettamente “noi stessi”.

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L’uomo è come sospeso tra il Cielo e la terra

L’uomo è come sospeso tra il Cielo e la terra, o tra il Principio e la manifetazione universale, cosa che lo destina a vivere in due dimensioni: da un canto ha in modo esistenziale il diritto di fare l’esperienza dei doni della natura, diversamente la condizione umana terrestre non avrebbe contenuto positivo; ma dall’altro ha il dovere spirituale di rinunciare all’eccesso, se no perderebbe la sua relazione con la dimensione celeste e pertanto la sua salvezza. Ciò significa che l’uomo può, e deve, essere a un tempo “orizzontale” e “verticale”, l’antinomia che ne consegue è lo scotto dello stato umano, porta dell’immortalità beata.

Quindi, al contrario de un idealismo soltanto ascetico per il quale il solo principio sacrificale è spiritualmente efficace, la dimensione celeste è pure nella nobiltà e profondità della nostra maniera di percepire e assimilare i fenomeni positivi; questa prospettiva trova la sua giustificazione nella trasparenza metafisica dei simboli e nel mistero d’immanenza, e altrettanto nella deiformità innata dello spirito umano. Ma, essendo, sulla terra, non possiamo uscire dalle limitazioni della condizione terrestre: se è vero che il mondo manifesta il Cielo, in pari tempo se ne allontana; non possiamo sfuggire a tale ambiguità della creazione.


Frithjof Schuon, La Trasfigurazione dell’Uomo, Edizioni Mediterranee, Roma, 2016, p. 87.

C’è una Realtà assoluta, conoscibile col puro Intelletto

Diciamo che c’è una Realtà assoluta, trascendente, non percepibile dai sensi, oltre lo spazio e il tempo; conoscibile però col puro Intelletto, mediante il quale essa si rende presente; una Realtà che, senza mai subire il minimo cambiamento, essendo incondizionata, origina — proprio per la sua Infinitudine — una dimensione di contingenza, o di relatività, per poter realizzare il mistero del suo irradiamento. Considerato che “è nella natura del Bene volersi comunicare”, Dio vuol essere conosciuto non solo in Se stesso, bensì pure “dall’esterno” e a principiare da un “altro da Lui”; è la sostanza medesima della Possibilità divina.

Questo diciamo, o ricordiamo, a priori. Lo diciamo non perché lo crediamo soltanto, ma perché lo sappiamo, e lo sappiamo giacché lo siamo. Lo siamo nel nostro Intelletto transpersonale, che diffonde in maniera intrinseca la Presenza immanente della Realtà, e in mancanza del quale non saremmo uomini.

[Frithjof Schuon, La Trasfigurazione dell’Uomo, Edizioni Mediterranee, Roma, 2016, pp. 65 e 66.]

L’uomo è per intero se stesso solo superandosi

“Quando parliamo dell’uomo pensiamo anzitutto alla natura umana in se stessa, ossia in quanto si distingue da quella animale. La natura specificamente umana è fatta di centralità e di totalità e, perciò, d’oggettività, questa essendo la capacità d’uscire da se medesimi e quella di concepire l’assoluto. In primis oggettività dell’intelligenza: capacità di vedere le cose quali sono in sé; dopo oggettività della volontà, donde il libero arbitrio; e infine oggetività del sentimento, o dell’anima se si preferisce: capacità di carità, d’amore disinteressato, di compassione. Noblesse oblige: il ‘miracolo umano’ deve avere una ragion d’essere proporzionata alla sua natura e questo predestina — o condanna — l’uomo a superarsi; l’uomo è per intero se stesso solo superandosi. Paradossalmente soltanto trascendendosi l’uomo si colloca sul proprio piano; nello stesso modo quando rifiuta di trascendersi si pone sotto all’animale che — con la sua forma e la sua maniera di contemplatività passiva — partecipa in modo adeguato e innocente a un archetipo celeste; in una certa visuale l’animale nobile è superiore all’uomo vile.”

Frithjof Schuon, Il Senso dell’Assoluto, Edizioni Mediterranee, Roma, 2018, p. 43.

Foto: Sri Anandamayi Ma (1896 – 1982)